Il prossimo 28 Novembre, presso il CESV in Via Liberiana a Roma, si svolgerà il seminario conclusivo del progetto ADAMO - Adulto Amico, un’iniziativa co-finanziata dal Fondo dell’Osservatorio Nazionale per il Volontariato – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (ex legge 266/1991) – DIRETTIVA 2013.

L’obiettivo generale che ha guidato il progetto è stato quello di orientare e sostenere, attraverso il consolidamento di un gruppo di volontari attivi, definiti “adulti amici”, i percorsi penali dei ragazzi dal sistema di giustizia minorile verso contesti e processi tesi all’integrazione sociale ed economica e alla formulazione di una progettualità positiva.

Dal 20 al 22 ottobre si è tenuto al Cairo un workshop dal titolo “Insieme per la giustizia”, parte delle attività di capacity building di Defence for Children Palestina in collaborazione con il Segretariato Internazionale; coinvolti in questo evento erano i partner locali della regione MENA, Yemen, Giordania, Palestina, Egitto, Tunisia, Marocco, Mauritania e Sudan. Scopo dell’incontro era il rafforzamento della relazione con la Lega Araba ed hanno partecipato, contribuendo al dibattito, le sezioni belga e quella olandese di Defence for Children International.

Sierra Leone: Approccio di genere, strategia chiave per combattere il virus dell’Ebola

Secondo la sezione di Defence for Children Sierra Leone le donne e le bambine sono più a rischio di contrarre il virus dell’ebola rispetto agli uomini e ai bambini. Anche se i dati delle statistiche diffuse pubblicamente non presentano dati disaggregati per genere ed età, le Nazioni Unite insieme alle organizzazioni internazionali e agli operatori sanitari locali denunciano questo dato. In particolare l’Unicef riporta che il 55/60 per cento dei decessi nei tre paesi maggiormente coinvolti dall’epidemia riguarda esseri umani di genere femminile.

DCI Sierra Leone crede che l’alto rischio di contrarre il virus per le donne dipenda dai ruoli tradizionali di genere a loro preposti: le donne sono di fatto la parte della società più esposta ai contatti con l’esterno, a causa delle mansioni domestiche che devono svolgere. Ad esempio, le donne sono coinvolte in prima linea nella cura delle persone malate e dei corpi in caso di decesso e sono coloro che si occupano dell’organizzazione dei riti funebri e del supporto alle famiglie dei defunti, che generalmente dura quaranta giorni. Sono inoltre coloro che fanno visita negli ospedali ai malati, che si occupano delle cure degli orfani di genitori morti per ebola. La maggior parte dei morti per ebola erano infermieri e tra questi ancora una volta la maggior parte erano donne. Inoltre, sono le donne che hanno il ruolo di ricevere gli ospiti nelle loro case, dunque sono coloro che hanno maggior contatto con la comunità e la società in generale.

Nonostante ciò gli uomini continuano ad essere, in Sierra Leone, coloro che ricoprono i ruoli di maggiore responsabilità a livello governativo nei programmi di riposta all’emergenza ebola, sebbene, come si è visto, siano meno coinvolti delle donne. In risposta a questo problema di genere legato alla trasmissione del virus, le giovani donne di “Defence for girls, girls power program”, si stanno impegnando per supportare ed informare le donne affette dall’ebola; la nuova organizzazione nata per questo scopo si chiama “Hope Girls Sierra Leone” e col supporto di Defence for Children International è riuscita ad avere un ruolo chiave nella relazione col governo e con altre Ong al fine di migliorare gli aiuti e l’intervento. Ciò significa da un lato sfidare la catena patriarcale della governance, dall’altro interrompere la trasmissione dell’ebola.
DCI Sierra Leone chiede al governo e agli attori internazionali di riorganizzare l’interno sistema sanitario della Sierra Leone in quanto parte integrante della lotta contro l’ebola: questo include formazione adeguata e protezione per gli operatori sanitario oltre alla richiesta di servizi fondamentali.

Palestina: L’esercito israeliano rinchiude una famiglie di Gaza dentro la propria casa: gli occupanti muoiono in un attacco successivo

Il 17 luglio scorso, prima del cessate il fuoco del giorno 26 luglio, otto membri della famiglia Wahdan nella città di Beit Hanoun, tra cui una bambina di due anni, sono stati uccisi da un attacco missilistico israeliano, in quella che è stata chiamata “Operation protecting Edge”, dopo esser stati rinchiusi nella propria casa, usata per un certo periodo come base militare dai soldati israeliani.

Il direttore esecutivo di DCI Palestina, Rifat Kassis, afferma quanto l’offensiva militare israeliana si caratterizzi proprio per la sproporzione della forza impiegata nei confronti dei civili palestinesi. I soldati israeliani erano consapevoli del fatto che in quella casa ci fossero dei civili e anche dei bambini, ma hanno deliberatamente attaccato. Colpire i civili è proibito dal diritto internazionale e questa tragedia deve essere indagata come crimine di guerra, dice Kassis.

Uno dei membri della famiglia Wahdan, Rami, sopravvissuto perché arrestato insieme altri membri di genere maschile della sua famiglia prima dell’attacco, è riuscito a ritornare nella sua casa solamente il 4 di agosto, ma non ha più trovare niente: solamente alcuni resti dei corpi carbonizzati tra le macerie. Gli altri membri maschili della sua famiglia, arrestati con lui e interrogati per scongiurare una collaborazione con Hamas, non potendo rientrate nella propria città a causa dell’offensiva in atto, erano stati fatti alloggiare nel campo per rifugiati di Jabalia. Anche loro sono morti in un attacco israeliano che ha distrutto alcune case del campo. Rami, in un’intervista a DCI, afferma di avere la sensazione che la sua famiglia sia stata in un qualche modo maledetta, chi è rimasto nella propria casa è stato ucciso, chi se n’è andato è stato ucciso, chi è rimasto in vita è ancora in pericolo.

Durante l’operazione “protecting Edge” dello scorso luglio, le Nazioni Unite hanno stimato che circa 2000 civili palestinesi hanno perso la vita, di cui 501 bambini. DCI Palestina ha personalmente verificato nel mese di ottobre la morte di 475 bambini.

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Defence for Children Italia esprime le sue condoglianze alla famiglia di Hashem Khader Abu Maria, attivista e collega della sezione Palestinese di DCI, ucciso lo scorso venerdi dall'esercito israeliano.

Insieme alla sofferenza per l'amico Hashem, l'organizzazione manifesta la sua profonda indignazione per la la violazione del diritto che viene imposta alla popolazione civile palestinese da parte delle forze di occupazione israeliane e invita le istituzioni italiane a prendere una decisa posizione per opporsi e fermare questa ondata di inaccettabile violenza.